La nave dei disastri del capitan Barba di Polpo

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Dal 23/08/2026 al 25/08/2026

19.30

Comune di Genova

Una mattina come tante, sulla decrepita nave pirata “La Chiatta”, Filiberto (impiegato di banca preciso, pauroso e sempre in giacca e cravatta) sale a bordo con una cartellina sottobraccio e cerca disperatamente di far firmare una vecchia cambiale scaduta da dodici anni al Capitano Barba di Polpo (ex temibile pirata, ora vanitoso, sordo e convinto di essere ancora il padrone assoluto dei mari): il Comune ha deciso di demolirla entro sera perché è pericolante e occupa abusivamente il posto più bello del porto. Nel frattempo arriva Ciccia (ex mozza, cuoca, tuttofare e unica persona sensata della nave) che dice, con voce tremante, rivolta al Capitan Barba di Polpo: «Capitano… abbiamo bucato.» Da questa frase apparentemente innocua parte un catastrofico effetto domino che costringe tutti i personaggi a collaborare (male) per salvare la Chiatta. A bordo vive (o sopravvive) anche Eginardo (pirata fallito, scansafatiche cronico, ubriacone e specialista nel combinare disastri involontari) che, nel tentativo di “dare una mano”, peggiora sistematicamente ogni situazione: buca un’altra parte della nave, perde gli attrezzi, inciampa nelle corde e fa incendi accidentali. Capitan Barba di Polpo impartisce ordini militari insensati. Ciccia la Rossa minaccia di buttare tutti in acqua. E Filiberto viene preso in ostaggio e maltrattato in un disperato tentativo superstizioso di far riparare la nave. Tra litigi furibondi, tradimenti ridicoli, piani geniali e disastrosi, cadute in acqua e momenti di involontaria complicità, i quattro dovranno affrontare la domanda più importante: Vale davvero la pena salvare questa vecchia carretta piena di buchi… o è meglio affondare tutti insieme con stile?  

La vicenda immortale di Patroclo e Achille, rivisitata in preziose interpretazioni che vanno da Pasolini a Morante, da Anouilh a Cocteau, solo per citarne alcuni, prende in questa versione, quasi brechtianamente, nuova linfa e attualità. Essa mette in scena due scalpellini che si trovano a dover realizzare la lapide di Patroclo, da affiancare a quella del suo amato Achille. È il popolo, dunque, che sale alla ribalta: un coro tragico che diviene protagonista e veicolo delle varie voci di una guerra insensata; il senso più profondo, che muove lo scalpello sul marmo nell’accostare i due nomi, è sì nell’unione e nell’amore smodato, ma anche nella laceranti differenze: chi è l’Uomo Migliore degli Achei (ariston acaion) ? Colui che ricerca la gloria nella “armonia che di mille secoli vince il silenzio”, usando i memorabili versi dei Sepolcri di Foscolo? Oppure l’uomo che depone le proprie speranze in una vita serena nel calore rassicurante degli affetti, ascoltando attorno al falò la canzone di chi più ama?

Da questo presupposto parte l’originale versione di Alberto Bassetti, che prende le mosse primariamente da “La Canzone di Achille” di Madeline Miller e dallo studio delle opere di Eva Cantarella, così come dalle scritture classiche. Bassetti, dopo il successo di Edipo in Compagnia (anno 2014), e di Phaedra (anno 2016), completa un trittico di opere sul mito classico, coadiuvato da Tommaso Garré al suo debutto come regista che, formatosi artisticamente all’Inda di Siracusa e cresciuto nella compagnia di Sebastiano Lo Monaco, nel mito classico è nato. Lo spettacolo si pone dunque come profonda riflessione sul tema della ‘vita preferibile’, nonché su quello dell’amore nelle sue diverse sfaccettature e modalità, valore prezioso e mai discriminante, imprescindibile anche oltre la morte : perfino in essa, infatti, si può scegliere se accompagnarvisi, perché esso non si riduce ai vivi.
Nell’oscurità, due ombre si avvicinano attraverso il crepuscolo fitto e senza speranza. Le loro mani s’incontrano e la luce si riversa inondando ogni cosa, come cento urne d’oro che, aperte, fanno uscire il sole. (Madeline Miller, La Canzone di Achille)

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